Lo stereotipo

Parlando di categorizzazione sociale abbiamo introdotto il termine stereotipo, adesso sarà interessante capire come nasce uno stereotipo, in particolare uno stereotipo negativo. Sicuramente un ruolo importante lo giocano l’apprendimento e l’esposizione sociale, ma alla base degli stereotipi negativi, che sono ad esempio associati ai gruppi di minoranza, c’è un processo specifico, la cosiddetta CORRELAZIONE ILLUSORIA, ovvero la convinzione che due variabili siano tra loro associate quando in realtà non è così.

A studiare questo fenomeno sono stati Hamilton e Gifford (1976) in un esperimento ormai classico. Essi chiesero ai partecipanti di leggere le informazioni su due gruppi A e B. Sul Gruppo A (la maggioranza) venivano fornite il doppio delle informazioni rispetto a gruppo B (la minoranza). Per entrambi i gruppi le informazioni “positive” (comportamenti desiderabili) erano il doppio di quelle “negative” (comportamenti indesiderabili).
Non c’era nessuna correlazione tra l’appartenenza al gruppo e il tipo di informazione negativa o positiva, ma nonostante questo, quando nella fase successiva veniva chiesta ai partecipanti di attribuire a uno dei due gruppi i comportamenti visti, al Gruppo B erano attribuiti più comportamenti negativi.
Perché succedeva questo?
Hamilton e Gifford ritennero che il numero di comportamenti negativi riferiti alla minoranza, essendo ridotto in numero assoluto, risultasse molto saliente a causa proprio della sua infrequenza. Non è altro che una declinazione dell’euristica della rappresentatività, la bassa frequenza di comportamenti negativi finiva per diventare rappresentativa del gruppo più piccolo.
Strano ma vero!
Alla prossima!

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La categorizzazione sociale/1

Provate a pensare ad un tipo di frutta. Fatto?
Sicuri?

Scommetto che avete pensato ad una mela! O forse ad una arancia. Sicuramente non avete pensato ad un kiwi o ad un pomodoro (che è anch’esso un frutto). Perché? Perché mele e arance sono prototipiche della categoria frutta, cioè rappresentano meglio la categoria.
Ma facciamo un passo indietro. Perché usiamo le categorie? Molto probabilmente alla base c’è una ragione economica! Le usiamo per risparmiare risorse cognitive. Per esempio, se vi chiedessi di pensare ad un cane, cosa pensereste? Non certo a tutti i singoli esemplari di cane che avete incontrato nella vostra vita, che sarebbe alquanto faticoso, ma ne ricorderete solo alcuni che insieme rappresentano la categoria. Potrete anche averne una rappresentazione più astratta, indipendente dai singoli esemplari incontrati, ma che comunque faccia riferimento alle proprietà che avete riscontrato in tutti quei cani. Molto più veloce, giusto? In questo modo risparmiamo un sacco di tempo.
La categorizzazione ci permette inoltre di fare inferenze sulle cose, per esempio possiamo inferire che due oggetti hanno proprietà simili o addirittura identiche se appartengono alla stessa categoria.

La teoria classica mette dei confini molto rigidi tra le categorie, L’appartenenza ad una categoria piuttosto che ad un’altra viene decisa sulla base di alcune proprietà fondamentali possedute o meno dall’oggetto. Il problema è che noi in realtà siamo molto più flessibili nel costruire le categorie!
Ad esempio, una tigre potrebbe essere definita come “un animale carnivoro dal manto striato”, ma immaginiamo di trovare una tigre con il manto uniforme, magari perché è stato dipinto… sarebbe ancora una tigre, o sbaglio? Per la teoria classica questo è un problema. Evidentemente ci sono dei processi di pensiero diversi alla base della categorizzazione.

Una successiva teoria è stata quella del Prototipo, e così ritorniamo alla nostra mela dell’inizio. Secondo questa teoria l’appartenenza ad una categoria è stabilità in termini di tipicità rispetto ad un membro definito prototipico. Cioè più un oggetto assomiglia al prototipo della categoria più sarà per noi facile inserirlo in essa.

Così come avviene nella categorizzazione dei concetti grazie ai prototipi, anche nella categorizzazione sociale ci sono degli STEREOTIPI che ci aiutano. Ma di questo ne parleremo la prossima volta.

 

La cognizione sociale

Con Moscovici abbiamo chiuso la nostra trattazione delle regole di attribuzione causali del comportamento, possiamo così passare ad un nuovo argomento: la cognizione sociale.

La cognizione sociale descrive le modalità con le quali le persone codificano, elaborano e ricordano le informazioni nei contesti sociali allo scopo di comprendere il comportamento altrui.

Come anticipato nei precedenti articoli Heider sosteneva che le persone siano degli scienziati ingenui, ovvero che siano logiche e razionali nell’effettuare inferenze sociali. Tuttavia, come abbiamo visto, spesso non è così!

Fiske e Taylor (1991) sostengono che gli individui siano piuttosto degli economizzatori cognitivi, ogni occasione cioè è utile per risparmiare risorse cognitive, in questo senso dunque saremmo tutti dei taccagni e pur di non fare fatica siamo disposti a dare giudizi poco esatti.

Queste scorciatoie mentali che ci permettono di risparmiare energia sono le EURISTICHE. Nei prossimi articoli faremo alcuni esempi!

Prima di concludere, tuttavia, occorre dire che le euristiche sebbene siano meno precise rispetto a modalità di pensiero più logiche e razionali, ricavano risposte che molto spesso rientrano benissimo nei canoni dell’accettabilità. Secondo Kruglansky (1996) siamo in realtà dei pensatori flessibili, capaci di districarsi tra diverse strategie cognitive. Di volta in volta sappiamo scegliere (sulla base di motivazioni, obiettivi e bisogni correnti) se ricorrere a strategie di risparmio o a modalità più razionali. Siamo in altre parole dei TATTICI MOTIVATI.

Le rappresentazioni sociali (Moscovici, 1961)

Serge Moscovici sostenne che sono oggetto di studio della psicologia sociale:

– il conflitto tra la persona e la società

– la formazioni e la regolazione dei fenomeni simbolici della cognizione e della comunicazione

Proprio partendo da questi presupposti che individuano l’interdipendenza tra il soggetto come individuo e il soggetto sociale, Moscovici introduce la nozione di RAPPRESENTAZIONE SOCIALE, con cui “intendiamo una serie di concetti, asserti e spiegazioni che nascono dalla vita di tutti i giorni nel corso delle comunicazioni interpersonali”.

Le rappresentazioni si creano dunque nello scambio verbale interpersonale, sono idee condivisi su svariati temi, poi trasformate in conoscenza popolare e si fondano su due processi principali: l’ancoraggio, che permette di agganciare contenuti nuovi al proprio background valoriale, e l’oggettivazione, che da consistenza alle idee traducendole in immagini.

Le rappresentazioni sociali hanno tre funzioni:

– cognitiva, rendendo familiare ci che è estraneo (ancoraggio)

– comunicativa, favoriscono gli scambi interpersonali in quanto fungono da codice condiviso

– normativa, in quanto aiutano la costruzione dell’identità degli individui forzandoli entro certi gruppi o modelli.

In definitiva, le rappresentazioni sociali includono le conoscenze possedute e trasmesse sulle relazioni causali.

 

 

Gli errori di attribuzione/2

Vi ricordate quando abbiamo iniziato a parlare di attribuzione? Avevamo usato come esempio lo strampalato inserviente della serie televisiva Scrubs (video). In quel caso, ci eravamo detti che la cosa più facile da pensare fosse che si trattasse di una persona sgarbata e con un brutto carattere.
Ma ripensate a tutte le volte che vi è capitato di comportarvi in modo scortese con qualcuno. Sarà successo sicuramente. E sicuramente converrete che quelle situazioni non bastano a definirvi come una persona sgarbata. Se è successo ci sarà stata sicuramente una ragione diversa, forse avevate avuta una pessima giornata, oppure avevate ricevuto una brutta notizia, si trattava di un periodo di stress… ma voi non siete sempre così!

Insomma, se lo fanno gli altri è colpa loro, se lo faccio io è colpa della situazione!
Questa tendenza ad attribuire il comportamento degli altri a cause interne e il nostro comportamento a cause esterne viene definito EFFETTO ATTORE-OSSERVATORE (Jones, Nisbett, 1972).

L’errore è illustrato da un esperimento condotto da Storms nel 1973. Due partecipanti osservavano altri due conversare tra loro per 5 minuti. Successivamente si chiese agli osservatori di giudicare se le opinioni espresse nella conversazione fossero dovute alla personalità dei due attori o al contesto.
Gli osservatori nelle loro risposte ponevano l’accento su fattori interni per spiegare il comportamento dei due attori, mentre gli attori, alla stessa domanda su loro stessi, rispondevano sottolineando i fattori esterni o situazionali che li avevano portati a fare certe affermazioni.

Ancora una volta la spiegazione sta nella salienza percettiva. Quando osserviamo gli altri, la nostra attenzione è maggiormente attirata dagli attori in campo, ma quando osserviamo noi stessi il contesto è percettivamente più saliente, ovvero l’attenzione non è rivolta a noi stessi ma all’ambiente.

 

 

 

Gli errori di attribuzione

Spiace dirlo, ma non siamo quegli esseri altamente razionali che crediamo di essere! Il signor Spock avrebbe molto da dire a riguardo.
Abitualmente non operiamo giudizi sulla base del modello della covariazione di Kelley, risulterebbe troppo complesso. Piuttosto facciamo attribuzioni sulla base di ciò che sentiamo o delle nostre intuizioni.
Molto spesso, per così dire, prendiamo delle scorciatoie! E commettiamo degli errori sistematici, i bias. Oggi ne approfondiremo uno!

L’ERRORE FONDAMENTALE DI ATTRIBUZIONE
Questo errore è illustrato in uno studio di Jones e Harris del 1967. I partecipanti erano degli studenti a cui veniva chiesto di leggere dei temi scritti da alcuni loro compagni. Questi temi potevano essere a favore oppure contro il regime di Fidel Castro a Cuba. Inoltre ai soggetti veniva spiegato che il tema poteva essere stato scritto liberamente dallo studente (1^ condizione) oppure su indicazione dello sperimentatore (2^ condizione).
La domanda posta ai partecipanti era: sai dirmi se l’autore del tema è a favore o contrario al regime castrista cubano?

jones-harris-1967
Nella condizione di libera scelta i partecipanti valutarono che l’autore fosse d’accordo con l’opinione espressa nel suo tema, il ché è ragionevole, giusto? Tuttavia i partecipanti pensarono che lo scritto esprimesse l’opinione dell’autore anche nella seconda condizione, cioè quando l’argomento era stato imposto dallo sperimentatore, il ché è un po’ meno ragionevole.
Nonostante la causa esterna evidente, insomma, la scelta cadde su una attribuzione di tipo interno.7

Perché accade questo?

La ragione sembra essere l’attenzione eccessiva che riserviamo al sé, o meglio la sua salienza percettiva. Siamo molto più interessati alla persone che non a ciò che gli sta attorno, o meglio le persone sono percettivamente più salienti.
(Tra l’altro questo tipo di errore non è propriamente universale, ma per ovvie ragioni, incide maggiormente nelle culture individualiste e meno in quelle colletiviste, ma la cultura non è il slo fattore ad alterare l’errore fondamentale di attribuzione, intervengono anche fattori cognitivi e motivazionali)

Alla prossima con l’effetto attore-osservatore!

L’attribuzione/3

Il modello della covariazione di Kelley (1967) supera il precedente di Jones e Davis e cerca di spiegare anche il processo di attribuzione esterna. In sostanza il presupposto è che il comportamento deve co-variare con la sua causa, per cui se la causa è assente, deve essere assente anche il comportamento (altrimenti quella non è la sua causa).

Per raggiungere una attribuzione interna o esterna abbiamo bisogno di tre informazioni: consenso, coerenza e distintività. Usiamo un esempio: entrate nell’appartamento del vostro migliore amico e vedete che indossa un cappello verde con le antenne.

– Informazione di consenso: anche le altre persone nella stanza indossano un cappellino con le antenne? Se è così, allora potremmo fornire un’attribuzione esterna (situazionale), forse è una festa in maschera. Se invece non è c’è nulla intorno al mio amico che mi possa spiegare il suo strano comportamento potrò iniziare a pensare che ci sia qualcosa di strano in lui!

– Informazione di coerenza: il vostro amico indossa spesso un cappellino verde con le antenne? Se la risposta è affermativa, forse è proprio il vostro amico ad avere qualcosa di strano. Ma se è la prima volta che lo incontrate così, forse la causa del suo comportamento è situazionale.

– Informazione di distintività: il vostro amico indossa il cappellino anche in altri contesti? Per esempio va a lavoro così? Ovviamente se non è questo il caso, è probabile che ci sia qualcosa in quella particolare situazione che lo ha portato a mettere quel cappellino, ma se non è così parlategli, perché probabilmente ha un problema!

Cappellino con le antenne a parte, valutare questo tipo di informazioni ci permette di fare attribuzioni sul comportamento. Almeno secondo Kelley. Cosa succede infatti quando non disponiamo di tutte queste informazioni, o del tempo per elaborarle?

Nel prossimo articolo scopriremo che esistono modi alternativi di compiere attribuzioni e ce non sempre siamo così razionali come crederemmo.